venerdì 28 aprile 2017

Okiku, la bambola del diavolo

Nella cultura giapponese le bambole sono molto importanti. Ningyo é il nome dato alle bambole, questo nome é composto da due ideogrammi ovvero “nin”, persona e “gyo” forma.
Le bambole per la cultura giapponese possono rappresentare un legame affettivo ed hanno il potere di proteggere i bambini (non a caso il 3 marzo si celebra la festa delle bambole chiamata Hinamatsuri). Secondo la religione scintoista le bambole hanno una loro anima, spesso donatole dal creatore, così, in accordo a questa credenza vi raccontiamo la storia della bambola Okiku.



Nel 1918 Eikichi Suzuki, un ragazzo di 17 anni, visitò la città di Sapporo per una esposizione marina, la Taishō Expo. Comperò una bambola all’interno del Tanuki-koji, uno dei negozi nella via dei souvenir, come regalo per la sua sorella di due anni, Okiku.
La bambina ci giocò ogni giorno e le diede il suo stesso nome, il loro rapporto era diventato inseparabile fino a quando la bambina si ammalò e morì dopo poco tempo a causa di una polmonite aggravata il 24 gennaio 1919. Venne suggerito di inserire la bambola nella tomba della piccola in modo che il distacco dalla vita terrena fosse piú lieve, ma nel trambusto dei preparativi del funerale fu dimenticata.

Pentendosi dell’accaduto la famiglia della piccola mise la bambola sull’altare dedicato alla figlia, ma dopo pochi giorni si accorsero che i capelli della bambola, una volta lunghi fino alle spalle, si stavano allungando giorno per giorno, increduli decisero di fare un test, tagliarono i capelli di Okiku e li misurarono ogni volta, i capelli crebbero veramente. Questo segno per la famiglia della piccola significava che lo spirito inquieto di Okiku era entrato nel “corpo” della bambola.

Nel 1938, Eikichi, l’unico erede della famiglia Suzuki si trasferì a Sakhalin a causa della chiamata alle armi, decise di affidare la bambola ad un sacerdote che se ne prese cura nel tempio Mannenji ad Hokkaid.
Dopo la guerra, per una cerimonia funebre, Eikichi tornò al tempio Mannenji e si stupì nel vedere che i capelli della bambola erano ancora più lunghi.
Ancora oggi la bambola si trova nel tempio di Hokkaido e nonostante le vengano tagliati i capelli periodicamente attraverso una specifica cerimonia ogni mese il ventunesimo giorno, questi continuano a crescere fino a 25 cm di lunghezza, fino alle ginocchia.
La bambola di porcellana é alta 40 cm, ha occhi neri molto intensi e indossa un kimono bianco e rosso, i suoi capelli, prima lunghi fino al mento, adesso vengono tagliati alle ginocchia.
Sono stati effettuati molti test per cercare di capire questo mistero, ma non portarono ad una soluzione.

lunedì 17 aprile 2017

La storia dell'omicidio di Grigorij Elfomovič Rasputin

Mistico russo, divenuto famoso prima per i suoi presunti poteri curativi, e in seguito per i rapporti che lo legarono alla famiglia dello zar e in particolare alla zarina Alessandra, Rasputin godeva di parecchi privilegi e aveva una grandissima influenza presso la corte russa grazie all'incredibile potere di seduzione che esercitava su uomini e donne. Pur essendo un uomo di fede però, Rasputin si dedicava con passione a qualsiasi tipo di vizio: si ubriacava, rubava e correva dietro alle donne che intratteneva anche a gruppi (Rasputin è il soprannome che si guadagnò proprio in quegli anni e, in russo, significa depravato).Il suo potere e la sua vita scellerata gli attirarono il disprezzo della nobiltà russa che organizzò un complicato omicidio per eliminarlo.
Nel 1916, in una fredda notte di dicembre, il principe Felix Jusupov lo invitò a cena nel suo palazzo con la scusa di fargli incontrare la moglie Irina, una delle donne più belle del suo tempo. Rasputin accettò ovviamente con entusiasmo dato che Irina era una delle poche donne che ancora non aveva intrattenuto. Il gruppo formatosi per portare a termine l’operazione comprendeva, oltre a Felix, il cugino dello Zar Gran Duca Dimitrij Pavlovič Romanov, Vladimir Mitrofanovič Puriškevič, il luogotenente Sukotin e il dottor Lazavert. Il piano era semplice: l’avrebbero avvelenato. Per essere sicuro del risultato Felix aggiunse cianuro ai dolci, al tè e al vino (il madera che il monaco adorava). Rasputin arrivò verso le undici e si tuffò sull’alcol e sul cibo, ingurgitando abbastanza veleno da uccidere sei uomini. Felix mentì dicendo che Irina sarebbe arrivata molto presto e attese accanto a lui che il cianuro facesse effetto, mentre i suoi complici aspettavano al piano di sopra. Alle due del mattino però, il monaco non mostrava alcun segno di avvelenamento, ma solo un evidente stato di ubriachezza. Sgomento, Felix salì al piano di sopra dove trovò i complici terrorizzati di trovarsi di fronte a un essere soprannaturale capace di cenare a base di veleno e accusare poi un semplice bruciore di stomaco.

Si decise di sparare a Rasputin. Sceso nuovamente insieme a Dimitri, Felix sparò colpendo Rasputin nel petto tra lo stomaco ed il fegato per poi risalire al piano di sopra pensando che il monaco sarebbe morto presto dissanguato. Un’ora dopo Felix scese a controllare. Effettivamente Rasputin sembrava morto, ma quando tentò di muoverlo il monaco aprì gli occhi per poi avventarsi contro Jusopov cercando di scappare dal giardino. Rasputin era stato avvelenato, trafitto da una pallottola, lasciato a dissanguarsi per un’ora, eppure il suo cuore continuava a battere.
Allarmato dal rumore, Purishkevich scese al piano inferiore e sparò di nuovo a Rasputin: uno dei proiettili penetrò il rene destro e si conficcò vicino alla spina dorsale, mentre un secondo proiettile lo colpì alla testa. Eppure il monaco ancora strisciava verso il cancello.
Esasperati, i congiurati presero a colpire il monaco con calci e pugni in uno stato di parossismo totale finché questi non smise di muoversi. Fu avvolto in una coperta pesante, legato con una corda e quindi gettato in uno dei pochi punti non congelati del fiume Malaya Nevka.
Il suo cadavere riemerse alcuni giorni dopo e dall'autopsia emersero nuovi sconvolgenti dettagli: nel corpo del monaco non c'era traccia di veleno, ma venne trovata acqua nei polmoni, segno che era ancora vivo quando venne gettato nel fiume.